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Arte concettuale e arte povera
L'Arte concettuale appare come una forma di comunicazione volutamente antiartistica, nella quale gli oggetti diventano così poco importanti da sparire, o comunque, da ridursi a semplici idee. Essa significa infatti arte di concetti, cioè di azioni puramente mentali, nelle quali ciò che conta è soprattutto il linguaggio che le esprime.
L'Arte povera assume due significati diversi. Il primo, più evidente, fa naturalmente riferimento agli oggetti impiegati: ritornano infatti i materiali poveri o di recupero (sacchi, tele, legno, corde, rottami metallici) e quelli primari, che rimandano spesso all'universo naturale (come animali, vegetali, terra, fuoco, lana) o esprimono l'energia contenuta in tutte le cose (cera, luce al neon) o reagiscono all'ambiente. Sono i simboli di una civiltà umile, marginale e proletaria, ancora legata alla natura e a ritmi di vita preindustriale, che risponde al radicale mutamento portato in Italia dal boom economico degli anni Sessanta.
Il secondo significato ha, invece, una valenza più politica. In Italia si vivono gli anni delle grandi battaglie operaie per lo statuto dei lavoratori e iniziano i primi fenomeni di contestazione studentesca. Dunque l'Arte povera si contrappone all'"arte ricca", cioè quella espressa dalla società dei consumi o a essa funzionale, come lo stesso Pop, ad esempio.
Stanti queste forti premesse ideologiche appare ovvio come l'Arte povera si esprima in modo privilegiato attraverso la riscoperta di materiali volutamente e provocatoriamente esclusi dai processi produttivi di tipo industriale, rivendicando la manualità delle lavorazioni e, a volte, anche la rozzezza e l'imprecisione delle stesse.
Agli esordi Kounellis si dedica a una pittura che rielabora segni tratti dall'immaginario urbano. Il desiderio di uscire dal quadro lo porta a utilizzare materiali naturali e organici, entrando così nell'orbita dell'Arte povera. L'artista sviluppa un personale vocabolario formale utilizzando legno, carbone, ferro, iuta, metalli, fino a organismi viventi come piante e animali vivi (pappagalli, cavalli).
Materiali poveri, rudimentali come il ferro, la pietra e i sacchi di juta a rappresentare un uomo, il duro lavoro e la memoria collettiva.





Michelangelo Pistoletto è considerato uno dei fondatori dell’Arte povera negli anni ’60 e un precursore delle pratiche partecipative contemporanee che hanno dominato il campo a partire dalla metà degli anni ’90. Superfici riflettenti (soprattutto lastre di acciaio inox lucidate) o “quadri specchianti” realizzati tra il 1961 e il 1962 iniziano a segnare Pistoletto come ‘’l’uomo degli specchi’’; opere che nascono come immagini fotografiche a dimensione reale riportate su carta velina su di una superficie riflettente e ripassate a pennello, così da dare allo spettatore nell’attimo in cui le osserva e si riflette la possibilità di essere parte attiva della creazione artistica.
La figura specchiata si riflette nel presente, annullando la temporalità.
L'opera appartiene alle raccolte d’arte Intesa Sanpaolo del XX e XXI secolo
abitualmente esposta nella sezione Cantiere del ’900 alle Gallerie d’Italia di Piazza Scala.


L’eco delle immagini dell’arte antica è sovente il motore del primo passo verso ciò che però dobbiamo cercare oltre quel dato. Se prevalga la memoria della cosa o il desiderio di superarla, questo non saprei valutarlo. Però, è impossibile negare che ci sia una specie di filtro di trasparenza, che ci consente di guardare al di là. Aprire una finestra sul vuoto non provoca molte emozioni o desideri. Ma se il vano della finestra è impaginato su qualcosa che interferisce col vuoto, la visione si fa più attraente, mi consente di vedere oltre la traccia già esistente.
Il mito non più specchiato nell'Antico ma ritagliato nel Presente.


"Sono sgusciato dalla tua pienezza senza lasciarti vuota perché il vuoto l’ho portato con me…" è una citazione di Erri De Luca, trae ispirazione da un vaso progettato da Gio Ponti per Richard Ginori. L’opera è una rivisitazione dello stesso in ceramica smaltata; la forma rotonda e accogliente richiama quella di un ventre materno, l’anfora è del resto immagine archetipa della fertilità femminile, richiamata ancora dalle forbici da ostetricia che completano l’installazione. La sfera della maternità e del femminile, evocate, intendono dare avvio ad una riflessione sui rapporti umani.

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