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Il Duomo di Orvieto rappresenta uno dei capolavori del gotico italiano. La sua facciata è un mirabile esempio di scultura gotica, ricca di dettagli e simbolismo. All'interno, il Duomo custodisce capolavori artistici, tra cui dipinti e affreschi di maestri come Luca Signorelli e Beato Angelico, che esprimono la grandezza e la bellezza dell'arte gotica.
La facciata realizzata nei primi anni del 1300 è concepita come un grande e splendido trittico a opera dello scultore e architetto senese Lorenzo Maitani. Altri artisti proseguirono la sua opera negli anni successivi: tra questi ricordiamo Antonio Federighi, che apportò alla facciata delle trasformazioni rinascimentali, Michele Sammicheli (XVI secolo) e Antonio da Sangallo il Giovane. Grazie alla straordinaria decorazione a mosaico e agli eccezionali bassorilievi, la facciata si presenta armonica e suggestiva, arricchita di effetti chiaroscurali e cromatici intensi. Gli splendidi mosaici hanno avuto una storia lunga e tormentata, poiché gran parte di essi sono stati staccati per essere donati al Vaticano. Quelli ora presenti sono opera di rifacimenti avvenuti in diverse epoche.






Sopra il portale centrale è posta una riproduzione esatta del gruppo scultoreo della Maestà (Madonna con bambino di Andrea Pisano del 1347) la cui opera originale è conservata, dopo il suo restauro, nel Museo dell'Opera del Duomo presso i Palazzi Papali contigui alla cattedrale.

Tutte le superfici lasciate libere dalle strutture architettoniche e dai bassorilievi, sono ricoperte di splendidi mosaici che, nel loro insieme, grazie anche al fondo oro su cui si inseriscono, conferiscono alla facciata un prezioso effetto policromo e la rendono splendente al sole come un oggetto prezioso.







La zona immediatamente sopra il portale maggiore è occupata da un grande e raffinatissimo rosone, realizzato da Andrea di Cione, detto l’Orcagna, tra il 1354 e il 1380. Il rosone è formato da colonnine ed elementi decorativi di squisita delicatezza. Al centro è scolpita la testa del Redentore. Ai lati del rosone furono realizzate sei nicchie binate per lato, al cui interno sono poste le statue dei dodici Profeti. Sopra il rosone si trovano delle edicole a forma di conchiglia, con le statue dei dodici Apostoli. Gli angoli compresi tra il rosone e il primo riquadro sono ornati da mosaici che raffigurano i Dottori della Chiesa (Sant'Agostino, San Gregorio Magno, San Girolamo e Sant'Ambrogio).


I bassorilievi occupano complessivamente 112 mq dell’intera superficie, ricoprendo per intero la parte inferiore dei quattro grandi pilastri. Essi illustrano le origini dell’uomo, il suo destino finale e il mistero della Redenzione. La facciata è inoltre adornata da gruppi scultorei di grande pregio.


La facciata è adornata anche da gruppi scultorei di grande pregio con i simboli dei quattro Evangelisti posti alla sommità dei pilastri e lungo la cornice che percorre orizzontalmente tutta la facciata: l’Angelo (San Matteo), il Leone (San Marco), l’Aquila (San Giovanni) e il Toro Alato (San Luca). Queste sculture sono state probabilmente realizzate sempre dal Maitani nel 1329.
Il Toro Alato (San Luca)
La facciata del Duomo di Orvieto è aperta da tre grandi ed eleganti portali. Un’attenzione particolare meritano le stupende porte in bronzo realizzate nella seconda metà del XX secolo dallo scultore Emilio Greco. Esse hanno sostituito le antiche porte in legno originarie e sono state poste in cardine nel 1970. La porta centrale è suddivisa in sei pannelli, nei quali sono rappresentate le Opere della Misericordia.








L'interno del duomo a pianta basilicale è uno spazio solenne e grandioso caratterizzato dalla bicromia dei marmi ed è suddiviso in tre navate, dove quella centrale è larga il doppio rispetto alle laterali. Con la ricollocazione nel 2019 del ciclo scultoreo degli Apostoli e dei Santi Protettori ai lati nella navata centrale, dopo 122 anni il Duomo riacquista il suo splendore. Le numerose opere scultoree e pittoriche che si ammirano all'interno fanno di questa spettacolare chiesa un vero scrigno d'arte e sono la testimonianza delle diverse correnti figurative che si sono succedute nel tempo. Accanto a Lorenzo Maitani lavorarono molti altri architetti che portarono a compimento l’interno e la tribuna, terminata dopo la morte dello stesso Maitani, avvenuta nel 1330.



FONTE BATTESIMALE (1390-1407)



STATUE DEGLI APOSTOLI E DEI SANTI
ll ciclo scultoreo delle statue dei dodici Apostoli e dei quattro Santi protettori è tornato nella sua sede originaria dopo un restauro e con miglioramenti antisismici. Le sedici sculture, realizzate da diversi artisti tra la fine del XVI e l'inizio del XVIII secolo, sono state disposte ai piedi delle colonne e decorate dalle iconiche fasce alternate di travertino e basalto. La più antica di questo ciclo di statue è il San Paolo di Francesco Mosca, detto il Moschino, che è stata realizzata nel 1556.
























Per il San Bartolomeo vennero richiesti modelli a due scultori operanti a Roma, Pietro Bernini e Ippolito Buzi: fu il secondo a essere scelto. Il santo tiene ben evidente in mano un coltello, strumento con il quale fu scuoiato e suo attributo iconografico. La figura sembra essere stata volutamente concepita per uniformarsi alle più antiche statue della serie apostolica orvietana.


La statua era posta nella controfacciata insieme al San Brizio. Le figure dei due santi, ritenuti patroni speciali della città, vennero spostate nel XVII secolo nella Cappella Nuova, ai lati dell'immagine della Madonna della stella. Nonostante la statua sia datata 1598, alcuni documenti ne accertano il completamento entro il 1596.


Il San Brizio venne commissionato nel 1597 per fare coppia con il già esistente San Costanzo dello stesso Toti. Venne terminato nel 1601 e almeno dal 1632 le due statue si trovavano presso la controfacciata del duomo, collocazione per la quale furono plausibilmente concepite.

Il fiorentino Caccini, qui in una delle sue prove migliori, fu il primo scultore non orvietano a essere ingaggiato per l'impresa delle dodici statue degli apostoli. Nel San Giacomo maggiore l'indagine naturalistica della figura in movimento nello spazio si fonde con il posato classicismo, come nel contemporaneo San Giovanni dello Scalza. È tipico dello scultore il trattamento elegante del panneggio fortemente chiaroscurato.



L'opera fu commissionata insieme al San Simone come ultima del ciclo dei dodici apostoli per la navata del duomo. Il contratto, stipulato il 1° giugno 1714, prevedeva la consegna delle due statue rispettivamente entro 16 e 36 mesi. Tali scadenze non vennero rispettate, il San Giacomo infatti è firmato e datato 1722. È notevole il trattamento delle grandi falde del panneggio che enfatizzano la postura eloquente dell'apostolo.

La statua fu la quinta della serie apostolica ad essere realizzata e la seconda scolpita dallo Scalza, che l'avviò dopo aver compiuto il San Tommaso. Il marmo per realizzarla giunse a Orvieto nel 1588. Fu completata nel 1594 e subito dopo posta in duomo. In essa Ippolito Scalza cercò di innovare il tipo della figura stante, anticipando alcune caratteristiche in seguito sviluppate dal Barocco romano.

L'opera è una variazione del San Luca in bronzo che Giambologna fuse per una nicchia esterna di Orsanmichele a Firenze. La differenza più evidente è l'aggiunta dell'angelo, attributo iconografico di Matteo inserito su richiesta dei Soprastanti dell'Opera. L'ingaggio del celebre scultore fu un grande successo da parte dell'istituzione orvietana. Seguendo tuttavia una pratica fino ad allora inusuale, l'opera non venne realizzata a Orvieto, bensì a Firenze. L'impegno di Giambologna si dovette limitare alla realizzazione del solo bozzetto, mentre la statua in marmo fu fatta da Pietro Francavilla.

Il San Paolo fu commissionato a Moschino nel 1554. Venne realizzato due anni dopo e nel1559 fu pagata una spada metallica per la statua. Insieme al San Pietro poi scolpito da Raffello da Montelupo, venne concepito per essere collocato nel presbiterio: solo successivamente nacque l'idea di realizzare l'intera schiera apostolica da porre di fronte ai pilastri nella navata centrale. Di quella serie fu il primo a essere realizzato e messo in duomo.

La statua venne scolpita da Raffaello da Montelupo dopo la partenza nel 1557 di Francesco Moschino, che aveva già eseguito il San Paolo. La commissione delle figure colossali dei due santi fu una delle iniziative che rinnovarono profondamente l'aspetto interno del duomo nel corso del Cinquecento. Solo in seguito si decise di affiancare loro gli altri dieci apostoli e di porli di fronte ai pilastri nella navata centrale.

La statua fu probabilmente disegnata e avviata da Francesco Moschino e terminata dallo Scalza, che risulta lavorarvi tra1556 e 1557. Fu collocata in una nicchia a destra della Cappella Nuova nel 1559, insieme e in corrispondenza con il Cristo risorto di Raffello da Montelupo, posto nella nicchia a destra della cappella del Corporale. Con la successiva esecuzione del San Rocco, l'altro santo protettore contro la peste, le due statue vennero associate e sistemate nella controfacciata.

Il santo tiene nella mano sinistra una sega, strumento del suo martirio, e appoggia il piede sinistro sul torso di una statua: questo allude alla leggenda agiografica secondo la quale San Simone avrebbe scacciato i demoni dai simulacri pagani facendoli andare in pezzi. Insieme al San Giacomo minore fu l'ultimo apostolo della serie orvietana ad essere eseguito. Per la parte superiore il Cametti si ispirò probabilmente al San Paolo del Foggini nella chiesa fiorentina dei Santi Michele e Gaetano, mentre nella parte inferiore riprese e sviluppò una sua creazione, il San Marco nella chiesa della Madonna di San Luca a Bologna.





Nel 1631 mancavano ancora tre statue per completare la serie degli apostoli. Passati oramai molti anni dal contrasto a proposito della statua di San Filippo, i Soprastanti del duomo ripresero i contatti con Francesco Mochi proponendogli di realizzare uno delle tre figure mancanti una a sua scelta. L'opera venne realizzata a Roma. In essa Mochi replicò l'impostazione generale del San Filippo, con una serie di diagonali che convergono in un punto di tensione al di sopra dell'anca sinistra, contrastato dall'apertura verso l'esterno del braccio destro. Il movimento assertivo di quest'ultimo è ribadito dalla torsione della testa rivolta nella stessa direzione.

La statua di San Tommaso fu la prima ad essere realizzata dallo Scalza, dopo la decisione di allargare la serie ai già esistenti San Paolo e San Pietro di Moschino e Raffaello da Montelupo. Fu terminata nel 1587 e subito collocata in duomo, accompagnata da grandi festeggiamenti. Il santo è ritratto con una squadra in mano mentre altri strumenti da architetto stanno a terra: la leggenda agiografica racconta che l'apostolo in India avrebbe praticato l'architettura. È verosimile che lo Scalza, anch'egli architetto oltre che scultore, abbia scelto di eseguire per prima questa figura in omaggio al santo ‘collega', forse prestandogli le proprie fattezze.



All'arrivo del blocco di marmo nel 1589 la statua venne commissionata a Fabiano Toti che mantenne l'incarico fino al 1594, quando passò a Ippolito Scalza. Tra il 1589 e il 1590 il Toti lavorava al modello: non è chiaro se egli avesse poi cominciato a tradurlo in marmo, come lascerebbero dedurre alcune caratteristiche dello stile. Lo Scalza portò a compimento il lavoro nel 1599, anno nel quale si provvide ad ordinare una croce in legno, strumento del martirio del santo e suo attributo iconografico.


La zona absidale presenta diverse opere significative. Gli affreschi sono stati eseguiti da Ugolino di Prete Ilario e Pietro di Puccio (1370-1380) e successivamente restaurati e in parte dipinti da Giacomo da Bologna (1491) e più tardi da Pinturicchio e Antonio da Viterbo, detto Il Pastura (1497); essi raffigurano gli Episodi della vita della Vergine. Particolarmente bello è l'alto finestrone dalle raffinate linee goticheggianti: le sue vetrate, suddivise in 48 riquadri, nei quali sono rappresentati alcuni Episodi della vita di Gesù e della Vergine, furono realizzate nei primi anni del '300 da Giovanni Bonino, sotto la supervisione dello stesso Maitani. Un altro eccezionale lavoro è costituito dal coro decorato con preziosi intagli e sculture da Giovanni Ammannati da Siena nel 1329 e, secondo alcuni, disegnato dal Maitani. Nella crociera di sinistra si ammira l'Altare della Visitazione (1546-1554) realizzato da Simone Mosca e da Raffaello e Francesco da Montelupo.










Il transetto sinistro è occupato dalla Cappella del Corporale dove si conserva lo splendido reliquiario omonimo. Sulla parete di ingresso alla Cappella si trova il grande organo su cui lavorò Ippolito Scalza. Alla sua realizzazione contribuirono anche Ercole Urbani, Gianni Carpentieri e Bernardino Benvenuti. Esso, considerato uno dei più grandi in Italia, è costituito da più di 5500 canne, 1500 delle quali sono state aggiunte in seguito a lavori di sistemazione e di restauro che ne hanno perfezionato la meccanica.


Barbara Angiolini ᅳ Fine Art Prints