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Scultore e pittore veneto, ritenuto il massimo esponente del Neoclassicismo in scultura e soprannominato per questo «il nuovo Fidia».
Dei rapporti di Canova con Napoleone sono testimonianza diverse sculture eseguite per lui o per i suoi familiari. L'esempio più celebre è il ritratto di Paolina Borghese, sorella dell'imperatore e moglie del principe romano Camillo Borghese. Paolina è raffigurata come Venere vincitrice. Infatti con gesto grazioso tiene in mano il pomo della vittoria offerto da Paride alla dea giudicata da lui la più bella. la giovane donna è rappresentata adagiata su un fianco sopra un divano con una sponda rialzata, a mo' di triclinio. Il busto, sollevato e adagiato tra due cuscini, è nudo fin quasi all'inguine, mentre la parte inferiore del corpo è coperta da un drappo. Esso, sottolineando e sostituendo le pieghe inguinali e scoprendo l'attacco dei glutei, conferisce al ritratto un evidente erotismo, molto più percepito di quanto non sarebbe stato se Paolina si fosse offerta alla vista completamente nuda.
Il letto in legno su cui è collocato il pesante marmo nascondeva un ingranaggio che consentiva alla scultura di ruotare. In tal modo, in base alla posizione che questa assumeva rispetto alla sorgente luminosa che la colpiva essa era più o meno illuminata e più o meno e variamente ombreggiata, mutando di aspetto e di significato.

L'opera fu realizzata come compensazione per il trasferimento in Francia della Venere de' Medici rastrellata dai francesi tra i furti napoleonici. A tale opera lo scultore si ispirò idealmente, a livello più che altro spirituale, cercando di rievocarne la tenerezza della carne, il suo dolce vibrare, il movimento nello spazio, che rende attraverso l'articolazione libera del corpo e la delicatezza delle sfumature. Lo scultore stese un impasto morbido e rosato per esaltare meglio la bellezza del corpo della dea, nell'atto di nascondersi dietro ad un telo, probabilmente sorpresa dall'arrivo di qualcuno, secondo il tema classico della Venus pudica. Ugo Foscolo farà un confronto tra le due opere, quella del Canova e quella antica, e dirà della prima: "Lusinga il paradiso in questa valle di lacrime", volendo esprimere con queste parole la superiorità della statua dello scultore neoclassico, questa dea più reale, quindi più desiderabile.








La statua di Perseo venne realizzato da Antonio Canova tra il 1800 ed il 1801 ed acquistato (per 3000 zecchini) l'anno successivo, insieme alle altre due statue i pugilatori Creugante e Damosseno da Pio VII. La statua rappresenta Perseo trionfante nel momento in cui ha appena reciso la testa della Gorgone Medusa, con la falce datagli da Ermes. Le Gorgoni erano tre mostri che abitavano nell'estremo occidente, non lontano dal regno dei Morti. La loro testa era circondata da serpenti, possedevano ali che permettevano loro di volare e uno sguardo che tramutava in pietra chiunque le guardasse. Una volta trovato il covo dei mostri, Perseo si innalzò in cielo grazie a sandali alati e, mentre Atena teneva al di sopra di Medusa uno scudo che facesse da specchio per evitare che l'eroe la guardasse negli occhi, decapitò il mostro. Atena in seguito utilizzerà la testa di Medusa ponendola sul suo scudo, così che i nemici si trovassero trasformati in pietra al solo apparire della dea. Il Perseo fu ceduto alla Repubblica Cisalpina per il nuovo Foro Bonaparte di Milano. In seguito la statua fu acquistata dal pontefice Pio VII e posta sul piedistallo dell'Apollo del Belvedere, il quale era stato trasportato in Francia a seguito del Trattato di Tolentino con il quale i francesi si riservarono il diritto di entrare in tutti gli edifici (pubblici, privati o religiosi) per sottrarre le opere. Le tre sculture furono qui collocate per colmare in qualche modo la perdita di buona parte dei capolavori dell'arte classica asportati dal cortile e trasferiti in Francia. Ai lati del Perseo sono poste le statue di Creugante di Durazzo e Damosseno di Siracusa, due pugilatori; lo scultore per la realizzazione si ispirò ad una descrizione di Pausania, che racconta come i due atleti nei giuochi Nemei avessero lungamente lottato quando Damosseno, con un colpo proibito, sventrò il rivale che morì, Creugante fu proclamato vincitore dai giudici, mentre Damosseno fu squalificato.






Rappresentano una delle serie più complete di bassorilievi realizzate dal grande scultore. I primi tre bassorilievi sono ispirati alla Carità e alla Speranza, calchi delle figure scolpite sul sarcofago di Clemente XIII, e alla Giustizia. Quest’ultimo è il soggetto più prezioso in quanto costituisce uno studio originale dell’artista che non compare nella realizzazione finale del monumento funebre.
Seguono i bassorilievi dedicati all’Iliade e all’Odissea, poemi classici riscoperti all’epoca in cui Canova opera a Roma, e che gli venivano letti per passatempo mentre lavorava. Tra i vari temi, sono davvero stupendi gli episodi in cui Achille restituisce la schiava Briseide (e qui ricordiamo che il Canova ci ha regalato i lati B più belli della storia dell’arte) e la Danza dei figli di Alcinoo.
La serie successiva è dedicata al Fedone di Socrate, probabilmente ispirata dall’amicizia di Canova con lo scrittore Melchiorre Cesarotti che traduce l’Apologia di Socrate, tra cui i commoventi soggetti Socrate che beve la Cicuta e Critone che chiude gli occhi a Socrate. L’ultima raffigura le allegorie Dar da mangiare agli affamati e Insegnare agli ignoranti, forse commissionate dal Rezzonico per la scuola per l’educazione dei bambini che doveva sorgere nella sua villa bassanese.

La carità, 1792
La carità, 1792

La speranza, 1792
La speranza, 1792

La giustizia, 1792
La giustizia, 1792

Danza dei figli di Alcinoo, 1790-1792
Danza dei figli di Alcinoo, 1790-1792

Briseide consegnata da Achille agli araldi di Agamennone, 1787-1790
Briseide consegnata da Achille agli araldi di Agamennone, 1787-1790

Critone chiude gli occhi a Socrate, 1790-1792
Critone chiude gli occhi a Socrate, 1790-1792

Ecuba e le donne troiane offrono il peplo a Pallade, 1790-1792
Ecuba e le donne troiane offrono il peplo a Pallade, 1790-1792

Morte di Priamo, 1787-1790
Morte di Priamo, 1787-1790
La monumentale statua di Napoleone Bonaparte è diventata il simbolo più famoso della Pinacoteca di Brera. Alta 3 metri, fu commissionata nel 1807 a Canova da Eugenio di Beauharnais, vicerè d’Italia, dopo l’eccezionale risonanza che la statua in marmo di analogo soggetto, portata a termine nel 1806, aveva suscitato a Roma dove era visibile nello studio dello scultore. La fusione fu realizzata da Francesco e Luigi Righetti, in seguito direttore dell’Imperiale Fonderia, utilizzando il metallo dei cannoni dismessi di Castel Sant’Angelo; il 20 agosto 1812 giunse a Milano trasportata su un carro costruito appositamente e depositata in cassa nei portici nell’Accademia di Brera.
Per ordine del vicerè l’opera fu collocata nel cortile del Palazzo del Senato, in attesa che gli accademici indicassero la migliore collocazione. La nudità della statua, infatti, destava molte perplessità perché non era ritenuta adatta ad un luogo pubblico, né a una piazza poiché inusuale a Milano. D’altra parte anche lo stesso Bonaparte non aveva apprezzato la scultura in marmo che Canova aveva scolpito raffigurandolo come Marte pacificatore, idealizzato nella “nudità eroica” delle raffigurazioni antiche che lo assimilava a una divinità o a un imperatore romano; al contrario Napoleone avrebbe preferito essere ritratto nelle sue vesti contemporanee di militare o comunque di uomo politico.
Con la caduta dell’impero napoleonico, nel 1814 la fusione ritornò nel Palazzo di Brera per essere conservata nei magazzini. Solo nel 1859, alla conclusione della II guerra d’Indipendenza che vide Milano liberata dagli austriaci grazie all’intervento di Napoleone III alleatosi con Vittorio Emanuele II, il bronzo fu collocato al centro del cortile d’onore, su una base di legno. Finalmente nel 1865 la statua fu sistemata sul basamento in granito con i festoni in bronzo intervallati da aquile modellati da Lorenzo Vela e Giuseppe Speluzzi su disegno di Luigi Bisi.
Dalla statua in marmo nel 1808 erano stati ricavati cinque calchi in gesso, di cui uno servì per il bronzo milanese, altri due furono destinati alle Accademie di Carrara e di Napoli, dove si trovano tutt’ora, uno all’Accademia di Francia di Roma, poi trasferito a Palazzo Rinuccini-Bonaparte; infine, il quinto, inizialmente destinato alla biblioteca dell’Università di Padova fu poi acquistato dal Beauharnais per l’Accademia di Brera. Nel 1809 il calco fu esposto nei saloni napoleonici della Pinacoteca braidense, ma con il ritorno degli austriaci fu smontato e nascosto nei magazzini dell’Accademia, da dove fu recuperato e ricollocato nel museo nel 2009, dopo un accurato restauro.
Quanto alla statua in marmo, per ordine di Napoleone venne consegnata al Louvre nel 1810, dove, proprio per la sua nudità rimase esposta nel 1811 nella “sala degli uomini illustri”, ma seminascosta dietro a tramezzo di legno e di tela. Dopo la sconfitta di Napoleone a Waterloo, il Governo britannico acquistò la scultura per donarla al duca di Wellington il quale la collocò nel vano delle scale della sua abitazione.
Attualmente, l'originale in marmo del Napoleone come Marte pacificatore eseguito dal Canova, si trova ai piedi di un’elegante scala della Apsley House, tuttora la residenza londinese dei discendenti del duca di Wellington, il vincitore di Napoleone a Waterloo.







Il grande gesso preparatorio ora conservato nella sala XIV della Pinacoteca di Brera è uno dei cinque che furono commissionati dal Canova in preparazione alla fusione a cera persa del monumento a Napoleone.













Il gruppo scultoreo rappresenta Ercole che, impazzito per il dolore procuratogli dalla vista della tunica intrisa dal sangue del centauro Nesso, scaglia nel mare il giovane e ignaro Lica dal quale l’ha ricevuta.
Capolavoro dello stile “eroico” di Canova, la scultura esprime una fortissima energia scaturita dalla torsione dell’eroe, colto nel momento di massima tensione muscolare, e culminata nel volto disperato del giovane, che tenta invano di aggrapparsi all’altare per salvarsi dalla furia. Il gruppo scultoreo è montato su perni per ruotarlo al fine di esaltare i molti punti di vista che l’opera offre. L'opera fa parte della collezione della Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma.
Commissionata dal Principe Onorato Gaetani D’Aragona nel 1795 per esaltare la dinastia borbonica a Napoli, l’opera fu tradotta in marmo solo nel 1812 e fu completata nel 1815 per volontà del banchiere Giovanni Raimondo Torlonia, che l’aveva acquistata nel 1800 al fine di celebrare la sua recente nobiltà.
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